Nutrire noi stessi e nutrire il pianeta

La salita al Monte Fajè regala sempre grandi emozioni. Si parte immergendosi nell’incantevole gruppo di baite dell’Alpe Ruspesso ma presto la strada lastricata lascia il passo ad un ripido sentiero che si inerpica sul versante retrostante il Rifugio Alpe Fantoli. Dopo qualche decina di minuti si arriva ad un bivio da cui si attacca la salita alla vetta: 300 m di dislivello immersi in una splendida faggeta, la cui frescura rende più sopportabile la fatica. Il panorama dal Monte Fajè è ineguagliabile: oltre il Golfo Borromeo si intravedono i laghi di Varese, Comabbio e Monate, mentre sulla destra spunta il tratto iniziale del Lago d’Orta. La visuale termina abbracciando la catena delle Alpi Lepontine, oggi adombrate da nuvole grigie.

Il crinale del Monte Fajè segna il confine sud-ovest della Valgrande, cuore selvaggio di questo angolo di Piemonte. Un luogo che più di altri ha saputo mantenere la sua integrità di flora e fauna, inaccessibile perché particolarmente impervio, con pendii aspri, vegetazione intricata e sentieri adatti solo ad escursionisti esperti.

Tuttavia nel 2022 anche la Valgrande è stata ferita da una minaccia inaspettata: quella del fuoco. Quell’anno tutto il Nord Italia, e in particolare il Piemonte orientale, ha vissuto un periodo di siccità estrema, che ha afflitto questi territori da dicembre fino ai primi di aprile. Alberi marroni come in autunno, prati secchi, terra trasformata in polvere, fiumi e torrenti ridotti a rivoli: uno spettacolo sconvolgente per i locali, abituati a convivere con abbondanza di acqua in ogni stagione. E in ultimo il fuoco. Nei giorni precedenti la Pasqua, un incendio causato probabilmente da mano umana ha bruciato 200 ettari di bosco tra Rovegro e Cicogna, alimentato anche dal forte vento. Ancora oggi si intravedono i segni di quel disastro salendo in auto verso l’Alpe Ruspesso. In quei giorni ho realizzato per la prima volta che il cambiamento climatico è qualcosa che ci riguarda direttamente; non lo spauracchio di scienziati particolarmente pessimisti, non un evento che forse interesserà le generazioni future, ma una realtà che già oggi cambia in modo brutale il paesaggio della nostra quotidianità.

E insieme a questa presa di coscienza è arrivato anche il bisogno di un gesto concreto. Magari inutile, magari troppo piccolo, ma per me l’unico modo per dar voce al mio “basta!”. Il mio gesto è stato smettere di mangiare carne. Perché? Perché sempre più spesso mi imbattevo in letture tese a dimostrare il ruolo degli allevamenti intensivi nell’aumento della Co2 in atmosfera. Perché queste enormi distese di capannoni contenenti animali costretti a condizioni di vita vergognose rappresentano un consumo di suolo enorme. E in ultimo perché mi sono sentita responsabile della vita di milioni di non umani che pagano le nostre scelte scellerate. La fauna selvatica che si vede sottrarre il suo habitat giorno dopo giorno, divorato da meccanismi produttivi ormai fuori controllo. E i cosiddetti animali da reddito, che costringiamo ad una esistenza indegna soltanto per avere nel piatto una bistecca a poco prezzo.

Chiariamoci: non sono contraria al consumo di carne in senso assoluto. Ritengo però che le modalità attraverso cui oggi consumiamo carne siano un sintomo del rapporto malato che l’uomo contemporaneo ha con il mondo naturale. Un rapporto gerarchico, che vede il genere umano al centro di tutto e titolato a disporre delle risorse ambientali come meglio crede. Animali, piante, interi ecosistemi sono ormai ridotti a pura merce, oggetto di un istinto predatorio che niente ha ormai a che fare con la sopravvivenza della specie. Una certa visione antropocentrica, che perdura anche ai giorni nostri, relega il mondo naturale alla periferia del cosiddetto mondo evoluto. Prima c’era la natura, regno del caos e della violenza più brutale. Poi finalmente è arrivato l’uomo che ha portato ordine, giustizia e forse anche un certo senso dell’etica. Niente di più lontano dalla realtà. Non solo perché molte delle manifestazioni dell’uomo su questa terra sono ben lontane dall’essere etiche o giuste, bensì al contrario segnate da prevaricazione, ferocia e sopraffazione dei propri stessi simili. Ma anche perché ormai innumerevoli ricerche hanno fatto emergere forme di intelligenza e cooperazione tra animali, e persino tra vegetali, che dimostrano come il mondo non umano sia molto più complesso e raffinato di quanto ci si possa immaginare. In questo mondo, da cui l’uomo si è presuntuosamente allontanato, nutrirsi di altre forme di vita non significa dominarle ma rispettare degli equilibri che consentano la sopravvivenza dell’intero sistema.

L’avevano ben capito le popolazioni preistoriche e tutti i popoli cosiddetti primitivi, anche coloro che ancora oggi si nutrono di carne ma che si accostano all’uccisione dell’animale con rispetto e reverenza. L’animale non è una risorsa da predare, ma un essere vivente grazie al quale l’uomo vive, e che va quindi ringraziato e onorato. Mi colpisce il racconto fatto da James G. Frazer ne “Il Ramo d’Oro” sull’uccisione dell’orso tra gli indiani dell’Ottawa, in Canada. Gli stessi, mangiandone la carne, si rivolgevano al plantigrado dicendo: “Non serbarci rancore perché ti abbiamo ucciso. Tu sei intelligente: vedi che i nostri figli hanno fame. Loro ti amano e vogliono averti dentro di sé” (Frazer 1992:585). Spesso l’uccisione di animali selvatici era accompagnata da preghiere e sacrifici per propiziarsi lo spirito dell’animale stesso, nella consapevolezza di appartenere ad una visione comune. Tornando al presente, il bel libro di Adriano Favole, “La Via Selvatica” sottolinea la necessità per l’uomo di riallacciare relazioni con i non umani, ritrovando un equilibrio che non si basa su gerarchie di potere ma sulla riscoperta di interconnessioni circolari tra tutte le forme di vita, e che si rivelano cruciali anche per l’esistenza dell’uomo stesso.Tutto lontano anni luce dalla visione dell’animale nell’attuale meccanismo degli allevamenti intensivi. Forse vale la pena ricordarci che l’uomo non è qualcosa di diverso dalla natura: l’uomo è natura. Senza questa presa di coscienza, ben poco potremo fare per sopravvivere alla crisi climatica.

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